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Il primo impulso: dal California coast all’Atlantico

Jack Smith, cresciuto sull’assolata costa della California, ha sempre avuto il vento in poppa. Nel tardo decennio dei ’60 e’70, quando il movimento skate stava sbocciando, Smith già sognava traiettorie improbabili. La sua prima grande avventura risale al 1976, quando insieme ad altri due ragazzi decise di attraversare gli Stati Uniti su tavole da skate, spingendo giorno e notte. Quel progetto pionieristico non fu semplicemente un’impresa atletica, ma un vero e proprio viaggio della vita. Partendo dall’Oregon, affrontarono il passo Santiam a oltre 1.400 metri, tra crampi, gambe intorpidite e quella determinazione tipica di chi ha la “testa duretta”. Quella fatica fisica diventò carburante emotivo. Jack Smith racconta ancora oggi che la bellezza del paesaggio e l’accoglienza delle comunità locali trasformarono una fatica in un’esperienza memorabile .

Nel linguaggio di strada, dire “ci siamo spinti oltre i nostri limiti” assume un sapore autentico nel racconto di Jack Smith. Quel primo coast‑to‑coast fu compiuto in 32 giorni, 11 stati attraversati e una montagna russa tra entusiasmo e dolore. Quell’esperienza gettò le basi per la leggenda personale di Jack: non era solo uno che sapeva scivolare sull’asfalto, era un esploratore che metteva in gioco corpo, mente e cuore.

La sfida del lungo percorso: durate, numeri e aneddoti

Dopo quella prima volta, Jack Smith non si accontentò. Nel corso della sua vita attraversò gli USA ben cinque volte in skate, senza farsi mancare l’avventura. Nel 2013 concentrò la sua fatica per una causa nobile: la raccolta fondi per la ricerca sull’Alzheimer. Guidato da un gruppo misto, comprese la figlia Dylan, intraprese la traversata e non si risparmiò, nemmeno quando un crepaccio dell’asfalto provocò la frattura dell’avambraccio. Una mano rotta o la voglia di mollare? Nessuna delle due. Smith portò avanti fino alla fine il suo obiettivo, con il sudore della determinazione e il cuore nella battaglia più grande.

La grande svolta arrivò con il passaggio al monopattino elettrico. Nel 2016, Jack montò sul suo e‑skate e attraversò di nuovo l’America: 2.394 miglia in 45 giorni. Sulle strade affollate del Midwest o nelle lande sconfinate dell’Idaho, quelle ruote elettriche non erano un lusso ma un’altra frontiera da superare. Smith raccontò che i crampi alle gambe, il terrore delle semirimorchiere che sfrecciavano all’ultimo momento e la concentrazione richiesta erano “fisicamente e mentalmente devastanti” . Ogni pochi chilometri scendeva per sgranchire i piedi, temendo altrimenti di non riuscire più a reagire in caso di caduta.

Questi dati – giorni, miglia, crampi, fratture – sono più di numeri: sono tappe di un cammino interiore alimentato dall’ostinazione e da una passione pressoché infinita. Jack Smith si elevò così a icona della resistenza fisica e dell’idea che un monopattino può spingerti oltre i confini del conosciuto.

Il passaggio all’elettrico: monopattini d’avanguardia

Il passaggio dallo skate tradizionale al monopattino elettrico non fu dettato dalla comodità, ma da una precisa scelta strategica. Jack Smith comprese che l’evoluzione era inevitabile e voleva provarci con i mezzi più moderni. Il suo e‑skate, oggi esposto allo Smithsonian di Washington, non è solo un curioso cimelio, ma un simbolo di un’epoca; un ponte tra l’analogico spingere e il futuro elettrico.

Tra le curiosità di quel viaggio, emerge il rapporto con la tecnologia: la batteria si scaricava, i terreni accidentati mettevano alla prova le ruote, la velocità era un alleato e un nemico. Jack scoprì che stare in equilibrio su un monopattino per ore richiedeva un’altra scala di resistenza. Ogni curva era strategia, ogni frenata un atto di consapevolezza. Come un navigatore su due ruote, Smith si adattò al traffico, al freddo, al caldo e al vento come un marinaio moderno che solca un mare di asfalto. Quel mezzo non era un giocattolo, era la sua astronave personale.

Riconoscimenti e curiosità: museo, record e Hall of Fame

Il valore storico di queste imprese non è rimasto nascosto. Nel 2024, Jack Smith è stato insignito dell’ambito titolo di Icon Inductee nella Skateboarding Hall of Fame, ricevendo un tributo ufficiale per il suo contributo al mondo dello skate a livello globale . Il monopattino esposto al National Museum of American History ne amplifica il riconoscimento: un pezzo di resistenza che racconta una storia di passione, superamento e innovazione .

Non mancano curiosità: durante i suoi percorsi, Jack ricevette sostegno da perfetti sconosciuti, dormì in fattorie, si lavò in stagni improvvisati, si guadagnò saluti su cartelloni nelle città e, in uno di quei momenti, rifletté sul potere dell’umanità: “L’1 % della scena skate pensa a merende e freestyling, ma quel che facciamo noi è un altro linguaggio” affermò, quasi con umiltà, consapevole che il suo cammino era diventato un racconto più grande di lui.

Aggiornamenti recenti: Jack Smith nel 2025

Oggi, nel 2025, Jack Smith ha 66 anni ma mantiene la stessa curiosità negli occhi. Attraverso i suoi canali social – tra foto e riflessioni – continua a raccontare il paesaggio di Morro Bay, le memorie di viaggio, i dettagli tecnici dei suoi monopattini e i progetti futuri. Sul suo Instagram, il 20 maggio ha condiviso uno scatto che ritrae rovine storiche locali, ancora dall’alto del suo mezzo elettrico.

Il 2024 lo ha premiato con una retrospettiva e un invito a conferenze in California e negli USA, dove viene visto come figura ispiratrice per chi crede nel potere delle sfide personali. Tra le pieghe progettuali, Smith valuta un ritorno su percorsi internazionali: un viaggio in Europa? Un ritorno nel cuore dell’Italia? L’ipotesi c’è, anche se resta in fase di studio. Quel che è certo è che il suo messaggio – “la determinazione abbatte i limiti” – è più attuale che mai. Le sue avventure raccontano una verità semplice e potente: un monopattino può portarti lontano, se hai il coraggio di salire e partire.

Umberto De Filippi