MONALDO LEOPARDI, L’ULTIMO SPADIFERO “Leopardi Monaldo (Recanati 1776-1846) letterato Italiano. Padre di Giacomo, coltivò interessi eruditi; nutrì in politica idee reazionarie, e in letteratura fu portavoce di un arretrato umanesimo retorico”.
In queste poche e lapidarie parole si esaurisce la voce che l’Enciclopedia Garzanti della Letteratura dedica a Monaldo Leopardi. Poco male, si dirà. Per quel poco che se ne parla nei testi scolastici risulta un personaggio sgradito ai contemporanei, una mente retriva, soprattutto un padre oppressore.
Ma come sovente accade, dietro tanto accanimento da parte di certi storici della letteratura, c’è una vera e propria damnatio memoriae, una censura partigiana, comminata dalla cultura illuminista prima, da quella marxista, poi.
Lo scopo delle righe che seguiranno, quindi, è quello di dare un modestissimo contributo alla conoscenza di questo grande personaggio, filtrandone la storia da quelle notizie tendenziose o distorte dalla fantasia dei critici malevoli.
“Nacqui al mezzogiorno il dì 16 agosto 1776 dal Conte Giacomo Leopardi di Recanati, e dalla Marchesa Virginia Mosca di Pesaro [...] Credo che l’infanzia mia niente offrisse di singolare, come non l’offre ordinariamente l’infanzia degli altri uomini”. Questo è il sobrio incipit della autobiografia di Monaldo, recentemente ripubblicata. Fin dall’infanzia dimostrò una grossa indipendenza intellettuale che lo portò, ben presto, in contrasto con il suo precettore, il gesuita don Giuseppe Torres, che definirà “l’assassino degli studi ed io non sono riuscito un uomo dotto perché egli non seppe studiare il suo allievo”. La sua curiosità ed il suo desiderio di apprendere traspaiono, però, dalle sue parole: ”Quanto apparisce in me non è dottrina e letteratura, ma prudenza, buon senso, con qualche tintura apparente di scienza, perché alla fine, a forza di leggere, qualchecosa mi sarà rimasto nella mente”. Pur non amando i correnti metodi di insegnamento, sarà strenuo difensore della lingua latina contro la tendenza di abbandonarla nelle scuole, nelle aule dei tribunali, dai dicasteri dello stato e dalle ricette mediche: “...non sarà uomo dotto e grande chi non possederà la lingua latina, e non la possederà chi non l’avrà studiata e coltivata nei primi anni dell’adolescenza [...] La lingua latina deve studiarsi per essere al caso di leggere nel proprio originale le opere stupende di ogni genere, che in quella lingua vennero scritte, e che mai verranno gustate nelle traduzioni, poiché un’opera tradotta è lo stesso che un abito rivoltato”. A diciotto anni assunse l’amministrazione del patrimonio ereditario dissestato dalla prematura morte del padre. Divenne il capo di casa e, nonostante l’ingenuità giovanile lo portò ad avventurarsi in investimenti non felicissimi, riuscì, comunque ad evitare il probabile tracollo dell’economia domestica. Di carattere schietto e d’aspetto fiero, riuscì ben presto ad accattivarsi la stima dei recanatesi di tutte le classi sociali, su cui esercitò sempre un grosso ascendente. “Ero sano senza essere robusto, né alto né basso, non bello ma senza alcuna bruttezza notevole, insomma ero un uomo come tutti gli altri [...] All’età di diciotto anni mi vestii tutto di nero, e così ho vestito sempre e vesto [...] portai la spada ogni giorno, come i cavalieri antichi, e fui probabilmente l’ultimo spadifero d’Italia, finché nel 1798, nascita di Giacomo, sotto il governo repubblicano questo costume nobile e dignitoso decadde affatto [...] Vestitevi con dignità, accompagnatevi con pochi, salutate tutti cortesemente, date qualche soldo in elemosina e sarete rispettati assai e sempre”. Nel giugno del 1796 i francesi cominciarono l’invasione dei territori della Chiesa e Monaldo, allora ventenne, che già da tempo ricopriva varie cariche all’interno del Consiglio Comunale di Recanati, divenne, di fatto, il capo della città: “In quei moti di guerra [...] sia che io facessi bene, o che gli altri avessero meno volontà, meno coraggio e più giudizio di me a poco a poco [...] esercitai una potestà quasi dittatoria”. Impossibilitato ad organizzare una difesa che potesse contrastare le truppe francesi, che, dopo aver preso Ancona e saccheggiato Loreto, erano ormai alle porte di Recanati, riuscì diplomaticamente a barattare la salvezza della città con ventitré carri di vettovaglie. Avvenne poi il passaggio di Napoleone Bonaparte, allora Generale in capo dell’Armata Francese in Italia. “Passò velocemente a cavallo circondato da guardie le quali tenevano i fucili in mano col cane alzato. Tutto il mondo corse a vederlo. Io non lo vidi perché, quantunque stassi sul suo passaggio nel palazzo comunale, non volli affacciarmi alla fenestra giudicando non doversi a quel tristo l’onore che un galantuomo si alzasse per vederlo”. Le vicende successive al Trattato di Tolentino prima, l’instaurazione della Repubblica e le insurrezioni spontanee che ad essa seguirono, videro sempre Monaldo impegnato in prima persona nella amministrazione di Recanati, tanto che fu addirittura eletto a furor di popolo Governatore della città liberata dai francesi. Cosa che, dopo una rappresaglia francese, gli costò una condanna a morte scampata miracolosamente. Sconfitti definitivamente i francesi, grazie anche all’intervento di La Hoz, un Generale al servizio prima degli austriaci, poi di Napoleone ed infine degli insorti, Recanati entrò a far parte della giunta provinciale proclamata a Macerata e Monaldo rifiutò l’elezione a delegato della città: “Io ero giovane assai, e avrò sbagliato, ma in mezzo all’entusiasmo generale per La Hoz, lo giudicavo un furbo, capace di qualunque progetto [...] Tengo per certo che La Hoz aveva il genio e i pensieri di Napoleone, e che solamente le circostanze li abbiano resi dissimili”. Dopo la caduta di Ancona, sotto la reggenza austriaca delle Marche fu nominato reggente di Recanati, ma ricusò di accettare l’ufficio. Alla vita politica, Monaldo, tornerà solo nel 1816, dopo che il Congresso di Vienna avrà segnato il definitivo tramonto di Napoleone, sconfitto a Waterloo ed esiliato a S.Elena. Come Gonfaloniere si dimostrò ottimo ed esperto amministratore. Si ritirerà definitivamente dalla vita pubblica intorno al 1832, per dedicarsi alla redazione di numerose opere di carattere storico politico, tra cui una monumentale storia della città di Recanati. Degna di rilevo è “La voce della Ragione”, rivista di filosofia, politica e letteratura, che Monaldo pubblicò e diresse dal 1832 al 1835 e che ebbe diffusione anche fuori dall’Italia. Monaldo morì il 27 aprile del 1847. Non abbandonò mai la sua arguta ironia, tant’è che poche ore prima della morte, alla presenza di un giovane curato che, chiamato a confortarlo mostrava grande impaccio ed imbarazzo poiché era la prima volta che assisteva un moribondo, lo rassicurò dicendo: ”Non si preoccupi, padre, anch’io muoio per la prima volta...”.
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