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Morte necessaria di un filosofo.

Morte necessaria di un filosofo.


Il fascismo morì con l’assassinio di Giovanni Gentile, l’ideologo neo-hegeliano dell’attualismo. Lo sostiene in una interessante pubblicazione (Giovanni Gentile e la Rsi), che farà discutere a sinistra, ma soprattutto a destra, Alessandro Campi, ricercatore all’Università di Perugia.

Il fascismo non è morto il 25 Luglio del 1943, e nemmeno il 25 aprile del 1945 con l’uccisione del suo capo, il fascismo è morto il 15 aprile del 1944 con l’omicidio di Giovanni Gentile, dell’intellettuale cioè che aveva fornito al fascismo una compiuta ossatura ideologica, una base morale, un fondamento razionale, un’ideologia e una dottrina coerenti poggiate sulla teoria filosofica neo-hegeliana dell’attualismo. Colpire dunque Gentile significò, in sostanza, colpire il fascismo come ideologia, colpire la radice da cui il movimento di Mussolini, che conosceva le opere del filosofo siciliano sin dal 1908, era germinato. Insomma, come Alessandro Campi sostiene nel suo “Giovanni Gentile e la Rsi” (ed. Asefi) l’assassinio di Gentile fu “necessario”, iscritto nella logica delle cose, e soprattutto coerente e perfettamente comprensibile in un contesto di guerra civile. “ I capi della futura Italia antifascista avevano bisogno - scrive Gregor nell’introduzione al libro di Campi - di un simbolo importante che denotasse una cesura storica e politica”. La morte di Gentile sarebbe stato il segnale della definitiva scomparsa del fascismo, una “morte necessaria - come scrive appunto Campi - in virtù del ruolo preponderante che in condominio con Croce, Gentile aveva svolto in Italia nel campo della cultura. Il progetto metapolitico di Togliatti, finalizzato ad imprimere al partito comunista italiano una base ideologica nazionale e a sostituire l’egemonia crociano gentiliana con quella marx-gramsciana, rendeva inevitabile, come infatti avvenne dapprima la liquidazione morale e fisica di gentile e poi quella intellettuale e morale di Croce, vale a dire dei dioscuri della tradizione dell’idealismo italiano, assimilato tout court al fascismo e alla guerra”.
E l’assimilazione dell’attualismo col fascismo non è affatto così forzata, in realtà si potrebbe dire addirittura che con il fascismo di Mussolini, all’attualismo gentiliano spuntarono le gambe per incedere nella storia, trovando “il modo di esprimersi in chiave concretamente politica...secondo un percorso che conduce dall’immanentismo (secolarismo) proprio di ogni filosofia idealista al disegno riformatore in senso religioso e spiritualista”.
Se si guarda all’uccisione di Gentile secondo quest’ottica - l’ottica appunto della guerra civile e della morte necessaria di chi, prendendo una precisa posizione, vi aveva preso parte - appaiono decisamente pelose e prive di qualsiasi serio sostegno logico le posizioni di chi, nella destra neofascista del dopoguerra, ha deprecato per anni l’omicidio di Gentile, parlando di un gesto efferato, di un’azione di gratuita crudeltà. Argomentazioni maldestre che Campi non ha mancato nel suo lavoro di mettere in luce : “Da un lato il neofascismo italiano si è battuto perché quella svoltasi in Italia nel biennio 44-45 fosse riconosciuta politicamente e storiograficamente alla stregua di una guerra fratricida, dall’altro non ha mai colto il carattere consequenziale, tragicamente necessario, del tutto coerente con la natura propria di ogni guerra civile, dell’assassinio di Gentile o dell’episodio di Piazzale Loreto, rispetto ai quali esso ha invece invocato un metro umanitario, ha fatto appello alla pietas e al sentimento della clemenza e del perdono”.
Non c’è da stupirsi se questo libretto di Campi, assieme al suo “Mussolini” che sta uscendo in questi gironi nelle librerie per i tipi del Mulino, provocherà a destra e a sinistra (ma soprattutto a destra) reazioni scontrose. Siamo infatti di fronte ad un metodo e ad un approccio a certi temi insolito in un paese come il nostro; Campi, che per le edizioni Pellicani ha curato numerosi studi sul fascismo, ha sempre utilizzato un criterio rigorosamente scientifico, avalutativo e tassonomico nelle ricerche che ha compiuto, criterio che inevitabilmente finisce col togliere sostanza alle argomentazioni che da una parte e dall’altra dei due fronti intellettuali della guerra civile italiana hanno paralizzato ogni progresso nel campo degli studi sul fascismo, cioè a dire su vent’anni della nostra storia nazionale.

Di Riccardo Paradisi


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